(Destinazioni sconosciute)

La svegliò l’odore di fiori. Trovò strano sentirlo, dato che non ricordava di averli visti in casa. Stropicciò gli occhi. Guardò meglio. Non si ricordava neanche un prato, se per quello. Fece per mettersi a sedere ma si rese conto che era già seduta. Il freddo che sentiva alla testa smise di colpo. Si voltò: era il metallo di una barra a cui fino a poco prima era appoggiata la sua testa. Era su di un tram. Ma lei si era addormentata sul divano!

Un leggero panico iniziò ad irrigidirle il collo. Un’ape le passò davanti al naso.

Con la testa di lato ed i pensieri ancora stropicciati come i suoi occhi si voltò lentamente.

Davanti a lei un prato ed alla sua sinistra una barra di ferro.

Si guardò intorno.

Era seduta in un moderno vagone della metropolitana di Torino. E fino a qui tutto normale. Meno normale era che l’intero pavimento dello stesso fosse coperto da un prato con tanto di fiori ed api. Cercò di guardare se c’erano cartelli o indicazioni particolari. Era sicuramente un brutto sogno e tutto sarebbe presto finito. Doveva solo stare calma.

Un colpo d’aria scivolò sull’erba: la porta si era appena aperta. Un uomo in divisa nera, molto alto e magro, pallido e scavato in volto avanzò verso di lei.

<<Ora mi sveglio>> pensò Iris.

Un passo.

Gli stivali neri pestarono un fiore bianco.

Il vagone iniziò a tremare.

Un altro passo.

Le luci si spensero e riaccesero per un brevissimo istante.

Un terzo passo.

Il vagone iniziò ad andare sempre più veloce agitandosi come la cabina di un aereo in tempesta. Tutto vibrava come se le ruote per la troppa velocità dovessero staccarsi da un momento all’altro. Passarono davanti alla fermata di Porta Nuova ma il mezzo non accennò a rallentare. Anzi, accelerò.

Un passo ancora.

Iris iniziava a sentire il corpo irrigidirsi. Le mani iniziarono a sudare. Quell’uomo cercava lei.

Una margherita venne schiacciata dall’ultimo passo dell’uomo.

Ora i due erano uno davanti all’altro. Alzò lo sguardo, intimorita da quella sagoma nera davanti a lei. Lui sorrise leggermente, con lo stesso sguardo che ha un animale davanti alla propria preda.

Srotolò la mano ossuta verso la ragazza.

<<Il biglietto, Signorina>>.

Lei, pallida quanto lui per l’agitazione, si frugò nelle tasche. Non aveva nulla.

Poi abbassò lo sguardo, per vedere quella mano aperta che attendeva la sua unica salvezza: il biglietto.

Ma c’era un problema: quella non era una mano. Quelle erano ossa.

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