(Il sottosopra)

Finalmente casa.

Spinse in avanti la porta. Il cigolio era lo stesso di tanti anni fa. Buffo pensare come a volte tutto cambi, tranne i suoni. Si sporse leggermente. Aveva paura, in fondo, di vedere un ricordo violentato da quella tragica fine che aveva colpito suo zio. Tranne qualche oggetto a terra, era meglio di come si aspettasse. Alcuni vasi rotti, molti libri per terra, alcune scatole aperte ma nulla più. Nessun segno strano sulle pareti o schizzi di sangue come si era immaginata.

Un topo d’appartamento probabilmente sorpreso da suo zio che per l’agitazione doveva aver subito l’infarto. Si lasciò cadere sul piccolo sofà in stile napoleonico dell’ingresso. Sembrava un quadro di Hopper in quel momento. La faccia stanca, lo sguardo nel vuoto e su tutto una luce fredda. Attorno alla sua testa, sulle pareti, un’aureola di oggetti antichi da ogni parte del mondo. Era nel nido di un archeologo e questo si vedeva lontano un miglio. Si rialzò. Passò davanti al cucinino, un piccolo angolo in cui si entrava a malapena. Un tipico appartamento sabaudo, pieno di reperti egizi. Gettò un occhio all’antica mappa che occupava il salotto, stranamente vuoto a differenza del corridoio, e trascinò la valigia fino in camera da letto. Poi si fermò appena alzò la testa dal pavimento. Le lenzuola stropicciate, spostate di lato come se qualcuno fosse uscito sbrigativamente dal letto. Ebbe un sussulto. Sapevano ancora troppo di vita. Fece un passo indietro.

Tornò in salotto, prese una coperta che si trovava a lato, si tolse le scarpe e si mise a dormire così com’era, senza neanche la forza di svestirsi. In fondo faceva così freddo in quella casa, ora.

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