Quest’anno inizia nel modo migliore per me: scrivendo. Sto finendo la sceneggiatura per il prossimo fumetto. Il primo, sull’Islanda, è andato decisamente bene (prima edizione sold out in un mese, potete leggere le prime pagine gratuitamente qui).

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Ma ora le cose iniziano a farsi serie. Ho passato le mie paure ed insicurezze sul debutto nel mondo del fumetto. Erano parecchie. Per capirci, il giorno prima di mandare “TAKK, perdersi in Islanda” in stampa ho sognato che uno sconosciuto entrava nel cortile di casa mia e dava fuoco alla mia bici urlando “Il tuo fumetto fa schifo!”. Come vedete, da bravo Scorpione, somatizzo tantissimo le mie ansie ma sempre in modo creativo.

E’ stato un percorso duro e complicato. Ho sempre avuto un sogno, fin da bambina: pubbblicare un fumetto scritto e disegnato da me. Poi la vita ti fa prendere il piano b,c,d,e….fino alla z.

Ho studiato illustrazione e grafica allo IED a Torino, con borsa di studio. Di tutta la mia classe eravamo solo io ed un’altra ragazza a lavorare per mantenerci. Ovviamente questo i professori non l’hanno mai tenuto in conto ne ci hanno mai fatto la situazione più facile. Anzi, oserei dire il contrario. Lavoravo come commessa in una panetteria e facevo sempre il turno di chiusura perchè così la mattina ed il pomeriggio andavo all’Università (avevamo frequenza obbligatoria). Fare chiusura significava dover pulire l’ntero laboratorio dalla farina, che mista ad acqua diventa una vera e propria colla. Raschiarla con la paletta era una gioia e le mia nocche bruciate dallo sfregamento ancora se lo ricordano. Disegnare la mattina a volte faceva male. Quando sulla strada per andare all’università faceva freddo ancora di più.

Al mio primo anno di università mentre i miei compagni di classe andavano in viaggio in America dicendo un “non costa tanto” e quel “tanto” corrispondeva a tutti gli affitti annuali della mia stanza in alloggio condiviso per studiare fuori sede io prendevo un volo Ryanair ed andavo in Irlanda, per migliore il mio inglese. Lavorai per 3 mesi al KFC, facendo in modo di non stare alla friggitrice ma al bancone per poter parlare 8 ore al giorno inglese. Tornai che ero fluente, però da quell’estate odio l’odore di fritto a bestia perchè mi ricorda un’estate molto bella (mi divertì parecchio, lo ammetto) ma anche un lavoro molto duro e frustrante.

Finita l’università volo a Lisbona. A Torino i lavori scarseggiano, inizia la crisi, ed io tento con l’estero. Trovo un lavoro su internet e parto. Lisboa. Finisco per studiare grafica e media design ad un Master serale. Perchè mi piaceva, non per ripiego. Di giorno lavoravo in un call center, la sera studiavo in portoghese. Ero l’unica straniera del corso.

Poi una specializzazione breve in packaging design a Londra alla Central Saint Martins. L’università che ho sempre sognato ma che non mi sono mai potuta permettere. Nelle vacanze di pasqua, mentre i miei amici viaggiavano o tornavano a casa in Italia, io dormivo sul divano in cucina di una mia amica nella periferia di Londra. Le mie compagne di classe erano figlie di banchieri ed io rimanevo regolarmente fuori dai discorsi perchè quando loro parlavano di ristoranti parlavano del migliore sushi di Londra che “non so quanto l’ha pagato perchè l’ha pagato mio padre”. Che era tipo un generale egiziano e quindi la mia coetanea avevo la stessa idea della vita di Paris Hilton (ma con le piramidi). Io avevo dei buoni sconto per mangiare da McDonald, il posto meno caro dove mangiare a Londra. I nostri mondi erano tipo lo ying e lo yang. Ma andava bene così. Nel corso non lavoravano, si annoiavano e l’insegnante doveva fargli più da babysitter che da formatrice. Se guardavano un video su youtube dal loro costoso divano nella loro costosa casa il risultato sarebbe stato lo stesso. Almeno a me è servito.

Grazie a questa formazione ed al mio cv ho passato la selezione rispetto ad altre 94 persone, tutte portoghesi, per entrare come grafica nel gota del mondo maschile della comunicazione: la FIFA portoghese. Sì quel luogo pieno di uomini che pensano che le donne possano fare solo le segretarie o le sottoposte ma mai parte integrante del team al loro stesso livello. Nonostante parlassi 4 lingue e avessi una formazione internazionale, ogni giorno dovevo ricordarglielo. Per fortuna qualcuno si salvava, ed era pure bravissimo nel suo lavoro (grazie Luis, grafico per Playboy portugal, glamour portugal ed altre mille riviste famose). Ma era tipo uno ogni venti. Le altre donne del mio ufficio erano tutte segretarie, felici e contente nel ruolo classico. Dare un’opinione non era nelle task da loro richieste. Ovviamente il mio sangue italiano e la mia formazione artistica mi insegnavano ad ignorare tutte queste regole. Mettiamola così: forse non ero la preferita del capo, ma non ha mai potuto criticare o buttare nel cestino un mio lavoro. E’ stata un anno duro ma mi ha insegnato che fare un buon lavoro ti salva sempre. Potranno non amare la persona perchè magari non amano che uno esprima la propria opinione (ma guess what, sei un grafico, è parte di tutti i lavori creativi questo processo) ma se sono dei professionisti non potranno dire nulla sul tuo lavoro ed alla fine “carta canta”. Fai un buon lavoro, senza difetti, e ti salverai sempre anche nelle situazioni professionali in cui l’ambiente è più ostile.

A quel punto avevo tutto. Anche se la FIFA non mi pagava uno stipendio da favola a Lisbona era il lasciapassare per tutti gli altri posti di lavoro. Sicuramente un’agenzia pubblicitaria mi avrebbe preso, pagandomi certamente più che la FIFA. Ma avevo quella vocina in testa. Sempre. Mi ripeteva ogni giorno, sulla strada per il lavoro, quello che cercavo di dimenticare. Quello che volevo davvero. Quello che mi aveva spinto a fare tutti quei sacrifici e a tenere duro per arrivare fino a lì. Quello che avevo detto a 12 anni, quando scoprì la biografia di Corto Maltese e con lui il fumetto: voglio fare fumetti.

Così mi faccio due calcoli: ho 27 anni. Tra tre anni ne avrò 30 e ribaltare i tavoli nella mia vita non sarà impossibile, ma certamente più difficile. Così quella mattina mi alzo. Prendo un foglio. E faccio calcoli. Sì perchè i sogni sono belli ma se come me vuoi essere il più possibile economicamente responsabile delle tue scelte prima di prenderle due calcoli te li fai. Dopo una mattinata di calcoli e molto caffè guardo il foglio e sorrido. Ce la posso fare. Ma devo lasciare Lisbona. E non ho nessun contratto editoriale in mano.

Mollare nel momento in cui ho tutte le opportunità aperte. Sarebbe folle. Lo faccio.

Biglietto di sola andata per l’Italia a settembre. Lavoro alla FIFA da un anno, posso metterlo in cv a questo punto. Quel posto inoltre ha smesso di insegnarmi da lungo tempo e quando un lavoro o una situazione non mi insegnano più nulla mollo. Mi è sempre piaciuto imparare. Perchè a settembre? Perchè ad ottobre c’è Lucca Comics.

Vendo tutto, regalo tutto. Quattro anni di vita a Lisbona che si riducono ad una grossa valigia e 30 chili tra libri e materiali da disegno che lascio a vari amici. Tornerò a prenderli e spedirli a Natale per la mia prossima metà. E non sarà l’Italia.

Vado a Lucca. Tento. Ho una presentazione del mio progetto, stampata e messa assieme con una graffetta ed in una busta di plastica. Semplici stampe in bianco e nero su un fumetto su un’inchiesta di 14 anni sull’Islanda. Un suicidio praticamente, ma confido nella buona stella ed in quello che ho imparato alla FIFA: quando tutto sembra avverso, è sempre la qualità del tuo lavoro e lo sforzo che c’è dietro che ti salva. Fatto. Vado. La mia vita sta in una valigia ed i miei sogni in un plico di fotocopie.

Le mie paure ritornano quando vedo la folla di aspiranti autori ed i loro book nell’area Pro, dove si tengono le selezioni. Alcuni sono veramente belli, a colori, con racconti fantasy o poetici mentre io con un’inchiesta in bianco e nero sono un pesce fuor d’acqua. Ma passo. Ben cinque selezioni. Dei cinque editori che mi hanno selezionato scelgo quello che a pelle mi ha fatto una migliore impressione e che mi è sembrato più interessato degli altri. Mi ha tenuto 40 minuti a parlare del progetto.

E’ BeccoGiallo Editore. Inizia un percorso lungo, tortuoso, in cui lo stesso editore capisce che stiamo facendo un fumetto un pò fuori dal normale. Al mondo attualmente non vi è alcun fumetto che parli d’Islanda, tentando di spiegarla ai viaggiatori, non solo nell’editoria italiana ma in tutta l’editoria mondiale. In più ci lego una app per la realtà aumentata. Una mosca bianca nel panorama del fumetto che oggigiorno sembra dominato da tutt’altri argomenti. Una sera a Lucca lo stesso editore mi dice con estrema franchezza “Il tuo è un fumetto molto particolare. Abbiamo solo due possibilità: o viene una schifezza o viene una figata pazzesca”.

Saranno le vendite a dirlo ma intanto il fumetto deve essere prodotto. Scritto. Disegnato. Analizzo oltre 4000 pagine di testo, libri originali, documentari, etc. Cerco, traduco, analizzo, semplifico tutto da sola. La sceneggiatura, una “bibbia” come la definisco scherzosamente io perchè scritta fa la bellezza di 400 pagine che “Signore degli Anelli” spostati, è finita. Passa il controllo dell’editore e si inizia il disegno. Tutto manuale. A pc aggiungo solo i testi ed i fondi grigi. Se sbaglio: bianchetto. Passano 3 anni in cui io e l’Editore lavoriamo a distanza con continue correzioni e aggiustamenti. Un lavoro certosino ed estenuante.

In quei tre anni, ça va sans dire, lavoro part time in un ristorante come responsabile di sala. Ogni volta che ti trasferisci all’estero devi sempre ricominciare da capo, sappiatelo.

Mi becco clienti maleducati, con la metà della mia formazione, che stressano perchè non capiscono il mio francese (che lo capiscono, ma per i francesi è un hobby fare questa scenetta ogni volta) quando parlo 4 lingue ed il loro francese è un misto di errori grammaticali e pessima pronuncia. Resto zen. Quando finisco al ristorante mi metto al tavolo da disegno, anche se spesso la schiena è distrutta e vorrei solo dormire.

Finalmente, fisicamente e mentalmente esausta, il mio piccolo sogno esce in tutte le librerie il 19 settembre. Non dormo la prima notte perchè la passo ad aggiornare la home di Amazon perchè ho paura di addormentarmi e che sia tutto un sogno. I risultati mi lasciano sotto shock.

  • Esaurito il primo giorno (e lo sarà ancora altre 3 volte su Amazon)
  • Al 3° posto nella classifica nazionale delle graphic novel. Al 2° c’è ZeroCalcare, dico solo questo (batman era solo in versione kindle, quindi digitale e non stampata).
  • Al 1° posto nella classifica nazionale dei libri del momento. Libri, non settore specifico come “fumetti”.

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Da lì in poi è stato tutto un crescendo di felicità ed affetto da amici vecchi e nuovi che mi mandavano foto con il loro libro sulla mia pagina facebook, articoli di giornali ed altre cose belle. Me le sono sudate, ma sono arrivate. Insomma il lieto fine c’è stato veramente alla fine. Ma me lo sono sudato e guadagnato.

Perchè ho scritto questo papiro, vi chiederete voi?

Perchè io nel 2019 ho ricevuto tanto, speranza soprattutto. Alcuni giorni fa il mio amico Dario Leone (è lui il re dei sassi cioè il geologo che ha scritto il capitolo sui vulcani nel mio fumetto) mi ha mandato questa foto di un desiderio scritto sull’albero di Natale di Napoli. Quando l’ho vista mi sono vista allo specchio e mi è tornata in mente quella tredicenne che con la purezza e l’innocenza di quell’età di credeva davvero in quel sogno. Perchè aveva speranza. E non l’ho mai lasciata morire.

E vorrei darne un pò a quella ragazza/o dicendogli che sì, i sogni costano, ma c’è speranza. Hai il mio stesso sogno. Io ce l’ho fatta. Ce la puoi fare anche tu.

Trovatela vi prego, vorrei che leggesse tutto questo per iniziare il primo giorno del 2020 con il sentimento più bello: la speranza.

Buon 2020, davvero.

 

 

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